Editoriale di Carmelo Mezzasalma

 

La cultura umanistica come risorsa educativa

 

 

Ogni epoca di transizione è caratterizzata da una riscoperta del mondo classico per trovare identità e forza onde affrontare un futuro incerto. L’umanesimo classico non è mai, dunque, una morta eredità, bensì una risorsa preziosa per attivare quell’ideale umano che ora ci manca: l’esempio dei primi Gesuiti. La riflessione contenuta in questo editoriale costituisce anche l’apertura del percorso di approfondimento al centro della rivista.

 

Una illuminante ricostruzione storica sui Gesuiti

È sorprendente constatare come talvolta la lettura di un piccolo libro di storia possa accendere una “scintilla”, profonda e duratura, che ti riporta al presente, ai suoi nodi e alle sue problematiche irrisolte e perciò ancora brucianti. Interrogandoci, infatti, su quella che è stata chiamata giustamente “l’emergenza educativa” in questo nostro mondo contemporaneo, questa scintilla, non cercata e quasi inaspettata, ci è venuta leggendo quel piccolo libro che John W. O’Malley, storico gesuita e docente alla Georgetown University di Washington, ha dedicato alla storia del suo Ordine (cfr. I Gesuiti. Una storia da Ignazio a Bergoglio, Editrice Vita & Pensiero, Milano 2014). Fra pochi decenni, in effetti, la Compagnia di Gesù celebrerà il cinquecentesimo anniversario della sua fondazione, avvenuta nel 1540 ad opera di Ignazio di Loyola e dei suoi primi compagni. Abbiamo sempre apprezzato gli studi storici di O’Malley – come dimenticare i suoi splendidi contributi Quattro culture dell’Occidente (2007) e soprattutto Che cosa è successo nel Vaticano II (2010)? – e, quindi, allorché di recente è uscito questo suo libro sui Gesuiti, ci siamo gettati subito a leggerlo spinti oltretutto da una lunghissima e tenace ammirazione per l’ordine di Ignazio la cui storia, tormentata ma bellissima, ci ha sempre appassionato. Anche prima di papa Bergoglio.

O’Malley non delude mai. E anche questa volta quanto abbiamo raccolto dalle sue pagine, attentissime e ricche di spunti riflessivi e innovativi, ha ripagato notevolmente il nostro desiderio di conoscere e di sapere. Nei libri di storia che circolano nelle nostre aule scolastiche, peraltro, appare sempre, e ripetuta fino alla nausea, la “leggenda” dei Gesuiti principali artefici della così detta Controriforma cattolica dopo lo strappo della Riforma protestante. Nient’altro che un luogo comune. Di fatto, se gli storici, anche “laici”, leggessero con attenzione questo succoso studio di O’Malley, dovrebbero cancellare o strappare immediatamente quel giudizio così affrettato e lontanissimo dalle “fonti” storiche autentiche di quel periodo storico. La storia della Compagnia di Gesù, a ben vedere, ha poco a che fare con la Controriforma (se non marginalmente) e ha piuttosto una sua identità quasi al di fuori dell’epoca in cui è nata, tanto è stata lungimirante e capace di una forza incredibile che ha resistito a molte tempeste, a odi irriducibili e potenti. Una storia straordinaria che strappa meraviglia e ammirazione. Non è stato certo facile, anche per uno storico del calibro di O’Malley, tracciare una sintesi di questa storia di circa cinquecento anni. L’impresa, tuttavia, gli è pienamente riuscita per una storia come questa che ha pagine gloriose insieme ad altre dolorose e certamente tragiche, come la fatale soppressione dell’Ordine, voluta dalle case regnanti di Portogallo, Francia e Spagna, ma sancita da Clemente XIV nel 1773.

Fu una vera catastrofe per la Chiesa. Oltre settecento scuole dirette e finanziate dai Gesuiti, le fiorenti missioni in America latina e in Asia, un intenso e fruttuoso apostolato in Europa: tutto distrutto in poco tempo. E senza contare il fatto, forse ben più decisivo, che venne spazzata via la più grande risorsa intellettuale che la Chiesa possedesse: i Gesuiti, quali che potessero essere i loro limiti intellettuali, erano, come corpo, il clero di più vasta cultura del mondo cattolico (O’Malley, p. 105). La loro drammatica soppressione, in un certo senso, costerà alla Chiesa l’impossibilità di tentare un rapporto con il mondo moderno che, di lì a poco, nascerà con la Rivoluzione francese e l’affermarsi dell’Illuminismo. Antonio Rosmini tenterà di ricucire questo rapporto già con le sue celebri Cinque piaghe della Chiesa (1848). Ma forse era troppo tardi. Il “grido” di Rosmini, oggi beato, verrà sepolto con la condanna del suo libro all’Indice, mentre la soppressione dei Gesuiti preluderà alle soppressioni degli altri ordini religiosi in Francia e in Italia nella seconda metà dell’Ottocento. Considerato quanto è avvenuto dopo tra la Chiesa e il mondo moderno, avevano ragione, dunque, gli antichi di affermare chehistoria non facit saltus (la storia non salta i passaggi).

Tuttavia, non è soltanto per l’ammirazione verso i Gesuiti che parliamo di questa storia, bensì per rendere in qualche modo ragione di quella “scintilla” che si è accesa in noi leggendo il libro di O’Malley. Una scintilla, crediamo, che ci riporta, in un certo senso, ai nervi scoperti della “emergenza educativa”: è l’ideale umano che ci manca nella questione educativa. Dove trovare questo ideale? Ed è ancora possibile, nell’era dell’omologazione diffusa, del consumismo e del trionfo dei social network, pensare a una simile ricerca che sembra l’utopia degli ingenui di turno?

 

La scuola, una grande intuizione ignaziana

O’Malley, intanto, divide giustamente la storia della Compagnia di Gesù in quattro “fondazioni” che corrispondono non solo alla sua storia particolare, ma anche ai mutamenti che essa ha dovuto affrontare o per decisioni proprie oppure a causa di forze provenienti dall’esterno. È uno schema, certo, artificioso, ma indubbiamente utile per dare ordine (e intelligenza) a quanto è avvenuto in questa storia complessa e sovente non molto chiara neppure ai meglio intenzionati a capire. È noto, infatti, il “prologo” di questa storia: Ignazio e altri sei studenti dell’Università di Parigi pronunciano a Montmartre i voti di castità, povertà e obbedienza, mentre decidono di recarsi in Terra Santa per mettersi al servizio di Dio e dell’evangelizzazione (1534). È il primo passo della fondazione della futura Compagnia di Gesù, chiamata poi così perché questi primi dieci “fratelli” avevano iniziato a definirsi membri di una «compagnia di Gesù». Poco dopo accade la “prima fondazione”: questi compagni dell’esperienza di Parigi si legano fra loro per sempre in un ordine religioso, formalmente riconosciuto dalla Chiesa (1540). Al loro stile di vita informale e “amicale” sostituiscono quello di membri di una organizzazione religiosa in cui ci sono Costituzioni, procedure, superiori e sottoposti. Come gli altri ordini religiosi esistenti. Crescono così di numero e con impegni apostolici che li portano da un capo all’altro dell’Europa.

La seconda “fondazione” – ed è quella che qui ci interessa particolarmente – avviene dieci anni dopo (1550). Ignazio, in accordo con i suoi più stretti consiglieri, decide il passo fondamentale che darà al giovane ordine religioso quel suo assetto che lo lancerà sulle strade del futuro: assegnare ai membri della Compagnia, quale loro più importante ministero, il compito di offrire ai giovani una regolare e intensa istruzione. «È una decisione di enorme importanza – scrive O’Malley – per il futuro del cattolicesimo, ma più a breve termine per la Compagnia di Gesù. L’originario ideale di un gruppo di missionari e predicatori itineranti va corretto per inserirvi anche l’ideale di una gruppo di insegnanti residenti» (O’Malley, p. 143 – sottolineatura nostra). Così, la decisione di Ignazio porterà a un profondo mutamento nella cultura dei Gesuiti che diverranno specialisti in ogni ramo del sapere e forma di cultura, dall’architettura alla pittura, dalla poesia alla musica, al teatro, alla scienza. Ben altro, dunque, che difensori della così detta Controriforma. I Gesuiti, con Ignazio in testa, avevano capito l’enorme risorsa che rappresentava la grande lezione del mondo “classico” e dell’Umanesimo che sembrava morto e sepolto da molti anni. Avevano risposto, dunque, alla crisi dell’Europa con uno slancio educativo e formativo verso le nuove generazioni.

Al contempo, però, questo mutamento di rotta non sarà facile né indolore e proprio nel clima storico-culturale della Controriforma che non amava certo la cultura e tanto meno l’istruzione dei cittadini meno abbienti. Piuttosto era il potere, il potere religioso e civile ancora una volta messi insieme, che progettavano la riconquista politica e religiosa dell’Europa. Nondimeno, quella della Compagnia di Gesù sarà una storia straordinaria, ricca e complessa, che abbraccia secoli, culture e continenti diversi, ma che sarà oggetto anche di giudizi contrastanti. O con loro o contro di loro. Nessuna via di mezzo. Perché i Gesuiti, quasi da subito, diverranno anche poeti, musicisti, astronomi, architetti, antropologi, imprenditori teatrali e molto altro, in un coinvolgimento serio in quella cultura “laica” che non aveva precedenti per un ordine religioso e che finì per essere interpretato in modo dualistico e quasi manicheo: i Gesuiti o erano santi o erano demoni! Gli stessi esponenti di spicco del Giansenismo non perdoneranno mai ai Gesuiti questo coinvolgimento nella cultura laica fino a rimproverare loro la “rinascita” della cultura “pagana” con i loro metodi anche educativi.

Ma tant’è. È un rimprovero che è continuato, su altre strade più sotterranee, per molti secoli quasi fino ai nostri giorni con un certo rifiuto della cultura, in molti adepti dello spiritualismo cristiano a tutti i costi, e manco a dirlo con l’invincibile diffidenza verso il mondo classico di Omero, della tragedia di Sofocle, di Virgilio e così via. La paura del paganesimo che, ironia della sorte, sembra essere tornato non con gli studi classici, ma con l’economia e gli idoli del consumismo, ben più difficili da vincere che con la “polemica degli antichi e dei moderni”, tra mondo “antico” e mondo “moderno”. Con tutto quello che questa polemica significa anche nel senso religioso e cristiano, ivi compresa la diffidenza verso la cultura soprattutto laica. Eppure, quando l’attuale papa Francesco, primo gesuita giunto al soglio di Pietro, era ancora l’arcivescovo di Buonos Aires, incontrando gli insegnanti delle scuole dei Gesuiti, proponeva loro proprio quell’ideale di educazione umanistica che era scaturito dall’intuizione ignaziana: «Il nostro obiettivo – diceva – non è solo quello di “formare individui utili alla società”, ma di educare persone che la possono trasformare». E non è forse questa la lezione che ci viene da quel mondo classico che anelava sempre a trasformare la vita dell’uomo e delle drammatiche condizioni del presente? Cara, potente e insuperabile ombra di Ignazio di Loyola.

 

I giovani e la cultura umanistica

La storia, dopo tutto, è ancora maestra del presente. E nonostante che l’Europa non tenga in nessun conto la sua memoria storica. D’altra parte, quando uno storico come O’Malley indaga e riflette sul passato, tenendo presenti le questioni del proprio tempo, il passato stesso può apparirgli sotto una nuova luce, e persino insegnargli a considerare in modo diverso le “domande” del presente. Anni fa, abbiamo letto la poderosa e ben documentata Storia della Compagnia di Gesù di un altro gesuita, William V. Bangert (tr. it. Marietti, Genova 1990), di circa seicento pagine. Molto istruttiva. Soltanto che la piccola, per così dire, storia di O’Malley, agile e precisa in ogni suo dettaglio, sembra contenere, in filigrana, delle domande sul presente ed è forse per questo che ha acceso in noi quella “scintilla” di cui andiamo discorrendo. È proprio vero che gli interrogativi del nostro tempo sono di grande aiuto nel condurre a nuove scoperte sulla storia. E altrettanto possiamo apprendere, partendo dal passato, sulle questioni del presente.

Dunque, il nostro presente, i giovani, l’emergenza educativa. In questi ultimi vent’anni, infatti, ci sono state grandi trasformazioni, alcune prevedibili ma altre meno. Come ha notato il sociologo Franco Garelli, abbiamo assistito al passaggio da una società in cui le figure di riferimento, culturali e religiose, erano ancora molte, a una società pluralistica e più diversificata e, quindi, alla ricerca di una nuova sintesi (in «Rogate ergo», n. 5, maggio 2014). Anche il problema della scuola, in tale contesto, è quello di essere capace di fornire ai giovani una proposta educativa alta che intercetti le loro domande che, altrimenti, resterebbero senza risposte. Non è più questione di etichette educative a buon mercato e neppure di continuare a dare per scontata la funzione educativa della scuola stessa. Tutto, in uno scenario simile, ivi compresa anche la questione religiosa, è sempre più una questione di scelta, il che significa che le esigenze dei giovani sono più raffinate di quanto si pensi e sono attenti soltanto se il livello della proposta è veramente alto. È necessaria, quindi, una maggiore preparazione nel campo educativo.

In questa prospettiva, proprio in questi anni, sono apparsi dei contributi che mettono al centro della questione educativa il bisogno della cultura umanistica. E non a caso si tratta, particolarmente, di due donne, una francese e l’altra degli Stati Uniti: Jacqueline de Romilly e Martha Nussbaum. La de Romilly (1913-2010), celebre per i suoi studi sulla tragedia antica, nata ebrea e in seguito divenuta cattolica, ha creato in Francia un’associazione per «la salvaguardia degli insegnamenti letterari» (1992). Lei stessa ha contribuito a tale salvaguardia con molti studi e libri sull’antichità greca, alcuni dei quali tradotti anche in italiano. Una personalità, dunque, eccezionale e appassionata come poche nel mantenere il rapporto tra il mondo greco e la nostra attualità “democratica”. Preoccupata più di tenere viva l’eredità della Grecia antica, anziché insistere, per intenderci, sullo studio di una “lingua morta”: «tutto tende, nel momento attuale, a essere un pensiero pratico, economico, e non si dà molta attenzione alla letteratura in quanto tale. Eppure, niente è più formativo, per l’intelligenza e la sensibilità, che il contatto con la letteratura» (Cfr. Romilly-Grandazzi, Une certaine idée de la Grèce, Editions de Fallois, Paris 2003, p. 323).

Martha Nussbaum, docente all’Università di Chi-gago, ha dedicato un ampio saggio alla sopravvivenza della cultura umanistica – che non significa filologia e allenamento forzato di “traduzioni” dal greco o dal latino – e che reca un titolo provocatorio: Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica (tr. it. il Mulino, Bologna 2011). In effetti, dell’intrico di rapporti che si annodano intorno alla scuola, la Nussbaum analizza e discute soprattutto quei rapporti di influenza che le opinioni dominanti in materia educativa esercitano sulle “politiche” scolastiche. E, a sua volta, le influenze che il sistema educativo ha o può avere sullo sviluppo economico e politico della società. Ma al centro della sua analisi c’è la questione dei classici, la questione del ruolo che la classicità, e più in generale la presenza e conoscenza del passato, hanno nella formazione e sensibilità dei giovani di oggi. In realtà, come ha notato Tullio De Mauro, introducendo il libro della Nussbaum, «occorre dire che, anche dove le lingue classiche hanno conservato fino ad anni recenti un qualche ruolo, a ben morire sono state aiutate dalla pessima qualità dell’insegnamento» (p. 10). Un insegnamento, verrebbe da dire, molto tecnico e pragmatico, tutto incentrato sulla lingua e quasi per nulla orientato alla cultura, alla letteratura viva, relegata a poche nozioni raffazzonate nei libri di testo. Senza contare il fatto che, a differenza delle materie scientifiche e protette dalla pubblica stima, «latino e greco sono colpiti dallo tsunamianticlassicista e antistorico». In altre parole, insegniamo pure latino e greco dove è richiesto dai programmi (Liceo classico o scientifico), ma la letteratura ancora viva di questo nostro passato è lettera morta. Non serve a nulla.

E, invece, non si tratta di difendere una presunta superiorità della cultura classica su quella scientifica. Non è questo l’intento di Jaqueline de Romilly o di Martha Nussbaum. Si tratta di mantenere l’accesso a quella “conoscenza” dell’uomo che stimola e nutre la libertà di pensiero e di parola, l’autonomia del giudizio, la forza soprattutto dell’immaginazione come precondizioni per una umanità matura e responsabile del suo futuro. Coltivare, dunque, l’umanità per salvaguardare il futuro della democrazia. E, in questo senso, è almeno doveroso aggiungere ai nomi della de Romilly e della Nussbaum, due altri autori non meno appassionati nel difendere, contro ogni pragmatismo di comodo, il valore della cultura umanistica nella crisi dell’istruzione che stiamo attraversando. Ci riferiamo a due altri splendidi contributi. Quello di Nuccio Ordine L’utilità dell’inutile (Bompiani, Milano 2013) e l’altro di Salvatore Settis Futuro del “classico” (Einaudi, Torino 2004). Quest’ultimo autore non esita a dire che «quanto più sapremo guardare al “classico” non come una morta eredità che ci appartiene senza nostro merito, ma come qualcosa di sorprendente da riconquistare ogni giorno, come un potente stimolo a intendere il “diverso”, tanto più sapremo formare le nuove generazioni per il futuro». Il “classico”, aggiunge Settis, sta perdendo «molte battaglie. Ma non la guerra» (Settis, p. 114).

Come si vede da questi pochi esempi, una battaglia segreta e capillare si è accesa da tempo intorno alla cultura umanistica. Ma gli insegnanti delle nostre scuole – salvo lodevolissime eccezioni – leggono libri come quelli che abbiamo citato? Il valore dell’istruzione, con al centro la lezione dei “classici”, sta proprio nella capacità non solo di formare cittadini del mondo, ma anche di coltivare quell’ideale di umanità che è in grado di trasformarlo, nel piccolo e nel grande, in un mondo umano, creativo, fecondo di autentiche possibilità di relazione. L’istruzione è una “soglia” in cui ognuno di noi entra per mano di altri che ci consentono di accedere a noi stessi.

 

Nessuno è soglia per accedere a se stesso

Ricaviamo questa immagine della «soglia» da un altro bel libro di Pierre Durrande, filosofo e grande educatore, che s’intitola semplicemente L’arte di educare alla vita (Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2012). Scritto in forma di lettere-capitoli a un immaginario interlocutore, questo libro ha il raro dono di coniugare la semplicità alla profondità dell’atto educativo che è una realtà molto discreta: seminare nel terreno sociale l’interrogativo su che cosa significhi essere uomini. E tutto questo non si può fare senza una certa creatività, dal momento che, come nota Durrande, è soltanto attraverso un costante lavoro su se stesso che l’educatore potrà essere incisivo sugli educandi. Così educare è innanzitutto “incontrare” e tale incontro sarà possibile solo creando uno spazio di accoglienza in se stessi. Quello spazio che nasce da una piena adesione alla propria umanità. Ben altro, quindi, dall’essere gli arcigni censori di compiti e traduzioni, detentori di un piccolo potere sugli altri e unicamente per affermare un “ruolo” peraltro fittizio di una nostra misera identità sociale.

Nessuno di noi, in effetti, può entrare in se stesso da solo. Tutti entriamo grazie a un “aiuto”. E questo aiuto non è essenzialmente un fatto di pratiche, scolastiche o meno. È un aiuto personale, un aiuto di relazione, un aiuto umano nel senso alto della parola. Soltanto una persona, quindi, può aprire la “porta” di un’altra persona. E allora la persona che apre la nostra porta è quella che accetta la propria umanità nella relazione con l’altro per liberare la nostra creatività e fecondità. Per questa ragione, scrive Durrande: «Il lavoro educativo è un’espressione della femminilità umana, come quella che è all’opera in ciascuno di noi quando qualcuno ci aiuta a entrare nella nostra dimora. Mistero di unità dove non si è né si diviene da soli un essere completo!» (Durrande, p. 47). È l’anima dell’umanità, che giace in fondo a noi stessi, che educatore ed educando devono risvegliare. Non diversamente accade nell’educazione religiosa che, lo confessiamo, ci sta molto a cuore. Ma anche qui, ahimè, quante storture e fraintendimenti dettati da una errata “miopia clericale”, come la chiamava Karl Rahner anch’egli gesuita e discepolo di Ignazio di Loyola. Come sarebbe diverso se, nelle nostre parrocchie e luoghi ecclesiali, si coltivasse anche un po’ di cultura umanistica e classica.

Di fatto, i valori mondani e umani non possono essere apprezzati unicamente in base alla loro importanza strumentale, ossia nella loro utilità rispetto alle pratiche religiose. Così strumentalizzati, i valori umani e mondani finiscono per intristire e morire anche sotto il profilo religioso. È uscito in questi giorni un piccolo libro proprio di Rahner, curato da Antonio Spadaro, direttore di «La Civiltà Cattolica», che è una selezione dei suoi scritti sotto il titolo Letteratura e cristianesimo (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2014). Un libro che dovrebbero leggere e meditare tutti coloro che si sentono “in cura d’anime” e soprattutto tra i giovani. Una sola pagina di questo libretto potrebbe giustificare, crediamo, la nostra difesa della cultura umanistica anche in campo religioso. Non la commentiamo, ma è sufficiente ascoltarla con vera attenzione: «È proprio il valore prettamente mondano, il fatto genuinamente e direttamente umano, che riveste un’importanza fondamentale agli effetti religiosi. Allorché l’uomo si ostinasse a essere soltanto homo religiosus, pretendendo di attingere la linfa vitale immediatamente e in modo esclusivo dall’impulso dichiaratamente cristiano, finirebbe con l’impoverirsi anche dal lato umano, e di conseguenza non sarebbe più nemmeno un soggetto spirituale atto a possedere dentro di sé i presupposti per un pieno sviluppo anche del fattore cristiano» (Rahner, p. 71). Chi ha orecchie per intendere, intenda: ciò che viviamo, anche sotto il profilo religioso, è forse anche una crisi di umanità, crisi di apertura umana, gentilezza, disponibilità verso l’altro.

 

L’avvertimento di Hollywood

Forse abbiamo parlato troppo di libri, quasi ci rivolgessimo soltanto a una sorta di élite di lettori abituali e frequentatori di librerie. Cosa assai rara – come sappiamo bene – nell’omologazione che ci sovrasta e ci assedia. Ma anche il cinema, più alla portata di tutti, non smette di dare segnali e avvertimenti che poco o nulla hanno da invidiare alle trattazioni dei libri. Diceva Gilles Deleuze che «alle verità della filosofia manca la necessità e l’artiglio della necessità». Il cinema, nei suoi esempi migliori, possiede questo artiglio della necessità e si è mostrato da sempre molto attento alla questione educativa, come dimostra, tra l’altro, la serrata e accattivante ricostruzione di Dario Edoardo Viganò nel suo bel libro Cari maestri. Da Susanne Bier a Gianni Amelio i registi si interrogano sull’importanza dell’educazione(Cittadella Ed., Assisi 2011). E dunque vogliamo concludere con un film che, più di qualche anno fa, lanciò un serio avvertimento sull’intera questione educativa con il suo successo strepitoso e il suo incarnarsi nell’immaginario collettivo. Tanto da essere imitato in tanti altri film che ne hanno ripercorso l’ispirazione e il contenuto.

Si tratta di L’attimo fuggente del regista Peter Weir (1989) che ha al centro la vicenda del professore John Keating, interpretato da Robin Williams, che presenta una figura di educatore eroico ed eccezionale che non esita a infrangere le rigide e ormai obsolete regole educative americane per instaurare con i suoi studenti una relazione altamente educativa. Così, il professor Keating non solo entra in profonda empatia con i suoi studenti, ma anche li spinge a non aver paura di pensare in maniera autonoma e lontana da quel conformismo “intellettuale” e “morale” in cui gli altri docenti vorrebbero chiuderli. Di fatto, la scena più emblematica del film è quella in cui il professor Keating, innamorato come pochi della bellezza della letteratura, esorta i suoi alunni a “strappare” senza timore le pagine dei manuali di studio scritte, peraltro, da critici boriosi che sono diventati apprendisti stregoni della letteratura, uccidendola e mortificandola: «Continuate a strappare, ragazzi – dice Keating ai suoi alunni, prima allibiti e poi entusiasti –. Questa è una battaglia, una guerra e le vittime sarebbero i vostri cuori e le vostre anime. Armate di accademici che avanzano misurando la poesia… No! Non lo permetteremo. Basta con i J. Evans Pritchard! E ora, miei adorati, imparerete di nuovo a pensare con la vostra testa. Imparerete ad assaporare parola e linguaggio. Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo» (cit. in Viganò, p. 149). L’ invito del professor Keating ai suoi alunni non rappresenta certo la provocazione di un professore “alternativo” e irresponsabile, ma ha piuttosto una motivazione profonda e difficilmente smontabile con qualche chiacchiera: «Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino. Non leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana. E la razza umana è piena di passione. Medicina, Legge, Economia, Ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento… Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore… Sono queste le cose che ci tengono in vita!». E a riprova di tutto questo, il professor Keating cita i versi di Walt Whitman che incantano gli studenti e li entusiasmano oltre ogni dire.

Naturalmente, il professor Keating pagherà cara la sua “scelta” di voler formare ed educare l’anima dei suoi studenti. Verrà radiato dall’insegnamento, ma gli resterà la riconoscenza, profonda e imperitura, di quei suoi ragazzi che hanno imparato da lui che l’anima di un essere umano, innocente e indifesa, non ha prezzo. Hanno capito che anche loro devono “scegliere” tra l’impostura e la verità, tra la menzogna e la creatività, tra il conformismo e la libertà del cuore. E chi crede nel Dio di Gesù Cristo sa bene, per citare ancora Rahner, che questo mondo della letteratura, sia pure profano, risulta aperto verso Dio e verso la sconfinata vastità del suo amore, anche quando non lo sa, perché anche don Bosco affermava qualcosa di simile allorché ripeteva che l’educazione «è affare del cuore». Non di strategie e metodi per quanto raffinati e perfino solidificati nel tempo. È il cuore, infatti, che sente il mondo e la vita. È il cuore che avverte il potente richiamo della creatività, l’anelito insopprimibile a cambiare il mondo e, per conseguenza, a ritrovarsi nelle sue “radici” oltre il tempo e le vicissitudini storiche.

Di recente, papa Francesco ha esortato i cristiani ad aiutare l’Europa a «ritrovare le sue radici», quelle radici che ha dimenticato da un bel po’ di tempo, ma ciò sarà possibile se anche i cristiani sapranno essere coraggiosi e anticonformisti rispetto alla cultura mediatica e consumistica perché, come avvertiva il grande poeta romantico Novalis, «l’antichità non ci è data in consegna di per sé – non è lì a portata di mano; al contrario, tocca proprio a noi saperla evocare».

 

Carmelo Mezzasalma

 

 

 

 

 

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