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È uscito il numero 35 di Feeria (giugno 2009)
by Comunità di San Leolino

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Feeria Rivista per un dialogo tra esodo e avvento
Anno XVII, Nuova serie – n. 35 – Giugno 2009

Il primo numero di «Feeria» di quest’anno (n. 35, giugno 2009) continua a riflettere, dopo l’approfondimento su Antonio Rosmini, sulla sfida dell’educazione, che a noi pare, ma anche sulla scorta dell’indicazione dei Vescovi italiani e di autorevoli osservatori dei fenomeni culturali e spirituali contemporanei, il tema cruciale della nostra civiltà occidentale in crisi. Un’anima per l’educazione, dunque, senza alcuna pretesa di completezza, ma offrendo semplicemente alcuni spunti e prospettive che favoriscano la riflessione e il discernimento. Sulla stessa linea si muovono anche gli altri contributi contenuti in questo numero, tra i quali segnaliamo lo studio assai originale su Liturgia e politica, il ricordo di Simone Weil nel centenario della nascita, un approfondimento sul modo in cui il cinema ha trattato il tema della malattia e della disabilità. L’editoriale, riprodotto in questa pagina, affronta un altro aspetto cruciale del nostro panorama culturale e spirituale, vale a dire il rapporto complesso tra una psicologia “fai da te” come oggi si è diffusa e le questioni serie, appunto, della vera cultura e della fede.


Indice

La situazione
Psicologia e cultura

Itinerari
Alla ricerca dell’uomo di Lorenzo Artusi
Contro la maleducazione di Angelo Mundula

Frontiere della teologia
I principi di una vera cittadinanza di Tarcisio Bertone
Liturgia e politica, un insospettabile rapporto di Leo Di Simone

Approfondimenti
Un’anima per l’educazione
Il coraggio di educare di Alessandro Andreini
L’uomo interiore, questo inattuale di Bruno Meucci
Letteratura e vita, viaggio verso l’autenticità di Enrico Maria Vannoni
I custodi del brutto di Bernardo Artusi
La fiaba rivelatrice di Bruno Meucci

Figure esemplari
Simone Weil, la vita sulla roccia di Carmelo Mezzasalma

Viaggio nella parola
Salvare e conservare. G. Leronni, Polvere del bene (Manni Ed., S. Cesario di Lecce 2008) di Franco Romanò
Un passato che sanguina. R. Stainville, Grande male. Un testimone del massacro degli armeni (S. Paolo, Cinisello Balsamo 2008) di Alessandro Andreini
Profezia per il nostro tempo. M.R. Bozzetti, Monade arroccata, Lepisma Ed., Roma 2008) di Carmelo Mezzasalma
Il filo d’oro – 12. L’esilio di Dio – Una poesia di Gina Codispoti

Ritrovare l’arte
Meditazione e fotografia. Per un libro di Diego Mormorio di Elisa Mandarà
Il corpo adorabile. T. Verdon,
Il catechismo della carne. Corporeità e arte cristiana (Cantagalli, Siena 2009) di Enrico Maria Vannoni

Biblioteca per la vita
Cristina di Gesù Crocifisso, De Eucharistia (Ed. Feeria-Comunità di San Leolino, Panzano in Chianti, Firenze 2009) di Mauro Agosto
Segnalibro (segnalazioni)

Leggere il cinema
Il dolore offerto: il cinema, l’handicap e la malattia di Giovanni Meucci

Fotografia, via alla bellezza



Editoriale
Psicologia e cultura

Proseguendo la nostra riflessione sullo stato della cultura viva nel mondo contemporaneo, affrontiamo ora quello che crediamo un nodo cruciale: la psicologia “fai da te”, non già quella seria e scientifica, nel suo rapporto con la cultura e con la fede cristiana.


L’anima e il disordine dell’ambiente umano

Nel celebre libro di Peter L. Berger, Il brusio degli angeli (Il Mulino, Bologna 1969), dedicato alle tendenze sociali che hanno portato all’attuale crisi religiosa, c’è una pagina illuminante circa il fatto che l’essere umano non è in grado di svilupparsi o di maturare senza un ambiente favorevole che lo sostenga e lo accompagni: «Di fatto – scrive il noto sociologo –, gli psicologi dell’infanzia ci dicono che non può esservi maturazione psicologica se, all’inizio del processo di socializzazione, non c’è la fede nell’ordine. L’inclinazione che l’uomo ha per l’ordine si fonda su una sorta di fede o di fiducia che, in fondo, la realtà sia “in ordine”, che “tutto vada bene”, che sia “come dovrebbe essere” […]. Il ruolo che un genitore si assume non è soltanto quello di rappresentare l’ordine di questa o quella società, bensì l’ordine in sé, l’ordine che regge l’universo e che ci persuade alla fiducia nella realtà» (p. 94). Infatti, è proprio dell’essere umano di organizzare non solo ciò che avviene intorno a lui, ma anche dentro la sua anima. Quando ciò non avviene, è perché il disordine dell’ambiente umano, per così dire, è tale che si riverbera, con più o meno incisività, anche nella sua struttura psichica, al punto che l’uomo diventa ostaggio della confusione, dello smarrimento esistenziale, perfino dell’impossibilità di comunicare con gli altri esseri umani in maniera limpida e costruttiva. Naturalmente, qui non parliamo della psicologia nella sua vera dimensione scientifica che è una ricerca assai utile per cogliere i condizionamenti nonché i conflitti della nostra psiche allorché entra in gioco la sofferenza o la nevrosi. Parliamo, piuttosto, della psicologia, per così dire, “fai da te”, ossia di una coscienza del vivere e dell’agire che non ha nessun bisogno di confrontarsi o di riflettere sul sé.
Nel tipo di psicologia a livello istintivo, la vita umana e spirituale (in senso lato) diviene impossibile, anche a livello di sviluppo psichico, precipitando spesso nella psicosi, dal momento che il capire, la realtà e noi stessi, è parte essenziale dell’esperienza umana. La conseguenza di tutto questo non è soltanto la confusione nella conoscenza del mondo, e quindi della cultura, ma anche delle azioni che non riescono più a inserire quanto apprendiamo dalle nostre conoscenze, sociali e psicologiche, in una struttura ordinata e per questa ragione di autentica crescita o maturazione. Certo, oggi è tutto un parlare di pluralismo, di pluralità delle culture, anzi di differenze tra un essere umano e l’altro con tutto il suo bagaglio di diritti e di rivendicazioni individuali e insopprimibili. Ma ciò non significa che l’ambiente umano e culturale in cui viviamo sia pacificato al punto da permettere all’individuo di crescere e di svilupparsi. Come notava giustamente uno psicologo: «Siamo esseri votati alla ricerca di senso». Anche dal punto di vista biologico il nostro sistema nervoso è strutturato in maniera tale che gli stimoli provenienti dall’esterno vengono organizzati, automaticamente, dal cervello in strutture internamente dotate di senso. È lo smarrimento di questa domanda di senso, allora, che è all’origine dell’emergere, sempre più caotico e confuso, di una psicologia di massa contro la quale la cultura – intesa quale ricerca, appunto, di senso e quindi di maturazione – non può nulla e anzi è ritenuta dannosa in quanto non permetterebbe la libertà e l’autodeterminazione dell’individuo.
Si preferisce, allora, la vita nella torre di Babele in rovina, dove le moderne psicologie individuali si incontrano e si scontrano senza costrutto, a una ricerca seria che metta ordine là dove c’è disordine o distruttività. Non a caso il nostro ambiente mediatico è pieno, fino all’inverosimile, di “opinionisti” che rivendicano, come diceva Hegel, la loro «fetta di rovine», ossia la capacità di incidere e di indirizzare le esistenze umane orfane di padre e di madre. Così, le anime individuali gridano a più non posso nel sostenere i propri desideri o bisogni, ma l’anima dell’uomo è quasi in agonia con i suoi gemiti sempre più deboli e appena percepibili, nonostante il successo recente, e anch’esso mediatico, “dell’anima e del suo destino”. Detto in altre parole, la psicologia di massa, sebbene diversificata nei vari individui, ha messo a terra la cultura, la bellezza estetica, le arti, la dimensione religiosa, l’amicizia e l’amore, tutte cose fatte di passione e di sensibilità in nome della riflessione sull’esperienza umana. Di fatto, il genio della cultura è il dono sublime che consente, a chi ne ha cercato le tracce, di comprendere la vita e di esprimerne, in modo armonioso e costruttivo, la verità e l’universalità. Solo i grandi uomini formano i grandi uomini, come diceva giustamente Antonio Rosmini. Fuori di questa cultura – con buona pace degli opinionisti di turno –, si crea solo una società di rovine, individuali e collettive, o, per meglio dire, una società egocentrica che ama specchiarsi, per disperazione o confusione, nel grande leader politico anche se macchiato di ambiguità e di scandali.


Le morali della società egocentrica

Fino agli anni Cinquanta del Novecento, le persone a cui venivano poste domande sulle loro priorità di vita fornivano risposte chiare e uniformi: la famiglia felice, la casa, un elevato tenore di vita. Oggi, invece, alla stessa domanda gli individui danno risposte vaghe ma che ruotano, segretamente, intorno al tema della ricerca di sicurezze pragmatiche, come un’individualità e un’identità proprie, che lasciano allo scoperto una psicologia senza più arte né parte se non addirittura impelagata, ahimè, nella nevrosi e nella depressione. Questa indeterminatezza, secondo il sociologo Ulrich Beck, è assai significativa sia da un punto di vista individuale che sociale. Le persone, in effetti, tendono a vivere sempre più in balìa dell’incertezza, del dubbio, dell’insicurezza e nonostante il fatto che esse affermino, in ogni occasione che si presenta loro, la propria opinione, il proprio gusto, i propri obiettivi di vita. In realtà, questo tipo di persone, più che crescere e maturare, tendono a regredire in sottili e insidiose domande che li spingono verso un passato anziché verso il futuro: «Sono davvero felice, mi sono veramente realizzato in questo rapporto e in questa situazione, ecc.». Per simili domande la società confeziona «risposte alla moda», incrementando un mercato pieno di esperti per tutti i bisogni e per tutte le difficoltà (separazioni matrimoniali, crisi adolescenziali, uso di droghe, e così via). In verità, cercando in maniera ossessiva la propria autorealizzazione in una libertà, altrettanto ossessiva e nevrotica, che non vuole tutele e responsabilità di alcun genere – né culturali né religiose –, questo genere di persone, più che realizzare la loro libertà o costrui-re la propria vita, si trasformano in prodotti della cultura e del consumo di massa. Cioè, competitive, invidiose, sovente ipocrite, mai in pace con se stesse e con nessun ambiente poiché nessuno è più in grado di riconoscere in modo chiaro il momento in cui questo o quell’obiettivo sia stato raggiunto, né sa comunicarlo ad altri con pacata e umana convinzione. È il dramma della “folla solitaria” dove l’individualità si dissolve nella nebbia dei risentimenti inconsci e, per questo, assai pericolosi.
Questo tipo di persone – ma ahimè chi è senza peccato scagli la prima pietra –, nota ancora Ulrich Beck, compiono viaggi in tutti gli angoli del pianeta seguendo alla lettera i suggerimenti delle guide turistiche; rompono matrimoni sereni o rapporti passati al duro vaglio del tempo per imbarcarsi, nel giro di poco tempo, in relazioni sempre più brevi, difficoltose, gravide di angosce e frustrazioni; si dedicano a terapie di rieducazione, a diete e jogging altrettanto faticosi, mentre non hanno mai tempo per se stesse ostentando “innumerevoli impegni”; passano da un guru all’altro, per i loro bisogni spirituali e talvolta anche culturali. Sicuri o insicuri di sé come sono, non sorprende che questo tipo di persone, ma, ripetiamo, possiamo essere noi tutti, entrino continuamente in un reciproco conflitto e facilmente accusino il narcisismo altrui per ritagliarsi, quasi in santa pace, uno spazio al proprio Io, inguaribile e sempre frustrato. L’idea di realizzarsi è alla base di tutte le ossessioni di questo tipo di vita o di morale, ma il risultato è soltanto lo sradicarsi dall’ambiente originario e anzi di non averne nessuno. Si tratta di biografie “a rischio”, come è stato giustamente detto (U. Beck).


Cultura e psicologia

Tutto questo non cade dal cielo sulla nostra storia oggi “sotto assedio”. I suoi antecedenti sono nel nostro recente passato. Gli anni Ottanta del Novecento sono stati gli anni dell’arroganza del potere economico, mentre gli anni Novanta hanno conosciuto quella supremazia del potere scientifico che oggi domina come una sorta di spettacolo artificiale. Col passare del tempo, le psicologie individuali si sono fatte sempre più vulnerabili, talvolta aggressive, ma più che altro depresse: le mete da raggiungere sono scomparse, così come è scomparsa qualsiasi motivazione ideale al proprio essere e al proprio agire. In questo quadro, quella che domina nelle psicologie individuali, alla resa dei conti, è una sorta di cinismo in cui niente – meno che mai la cultura come fattore di maturazione – ha molta importanza, mentre si diffonde sempre di più un sospetto: la cultura resta quella che è sempre stata, e cioè il possesso di una élite. Ci si dimentica che è una élite che conserva e trasmette un prezioso patrimonio di sapienza umana e spirituale.
Tra le persone comuni si è diffuso, allora, un ripudio inconscio e invincibile: la cultura sembra un’ar-ma puntata contro l’ignorante e i suoi scrupoli morali e religiosi. In realtà, come argomenta Roger Scruton nel suo libro La cultura conta. Fede e sentimento in un mondo sotto assedio (Vita e Pensiero, Milano 2008), la cultura occidentale è tutto il contrario di una spada impugnata «dal nostro angelo custode, che è il sapere, per difendere l’uomo comune e i suoi valori» (p. 111). Chi dubita dell’utilità di una simile cultura, dovrebbe studiare e capire quello che succede a una civiltà la cui cultura scompare. Pensiamo anche all’Islam, che ai tempi gloriosi di Avicenna, al-Ghazali e Averroè, assurse a una consapevolezza e padronanza di sé tale da riempire il mondo islamico di significati ovvero del “sapere del cuore”. Che cosa è accaduto a quella cultura così grande e tesa al dibattito?
Tornando a noi, senza la cultura e il suo patrimonio umano e spirituale, al di là di ogni confessionalismo religioso, non esistono più valori di fondo o mete dell’esistenza anche psicologica, ma soltanto opinioni su tali valori. Così, ogni tentativo di costruire un regno di valori o di mete condivisibili – e proprio in questo consiste la cultura – è guardato con sospetto e irriso senza mezzi termini. Non a caso il concilio Vaticano II aveva intravisto, profeticamente, nella Lumen Gentium, questo pericolo e aveva esortato la Chiesa a difendere la cultura per difendere l’uomo, dal momento che una società senza cultura perde la sua memoria e addirittura il desiderio di migliorarsi e di crescere. Ben presto, in effetti, al ripudio della cultura subentrerà la barbarie, e una simile società è senza scopo e senza mete. Al contrario, il passato ci nutre, e noi lo nutriamo proprio conservandolo, e riqualificandolo come parte del nostro presente. Mostrandoci ciò che gli manca, il passato può anche mostrarci il futuro. La cultura conta moltissimo anche per i cristiani, come non si è stancato di ripetere, all’alba della modernità, John H. Newman, per il quale la battaglia per conservarla dovrebbe essere combattuta come si deve da ogni discepolo di Cristo.


Fede e cultura. Un grande compito da costruire

Dieci anni dopo la conclusione del concilio Vaticano II, il cui obiettivo si riassume, secondo Paolo VI, in uno solo – rendere la Chiesa del XX secolo sempre più idonea ad annunciare il Vangelo all’umanità del XX secolo –, proprio quel grande papa, nella Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975), lanciava un grido di allarme che è diventato oggi una costatazione e non più un’intuizione: «La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture» (n. 20). A quel grido ha risposto anche Giovanni Paolo II, nella Lettera per l’istituzione del Pontificio Consiglio della Cultura (1982), con uno slancio altrettanto profetico: «la sintesi tra cultura e fede non è solo un’esigenza della cultura, ma anche della fede… Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».
La psicologia dei cristiani è forse al riparo dalla cultura dominante che è un vero e proprio assedio al cristianesimo e ai suoi valori? Molti dicono di cercare Dio, ma rimanendo centrati su se stessi, sulla ricerca della propria felicità. Certo, non vi è nulla di più legittimo che cercare la felicità. Ma che cos’è la felicità? E, soprattutto, in che cosa consiste? È sufficiente per essere felici che il nostro egoismo sia soddisfatto? Un egoismo in cui Dio è assente? In realtà, la nostra psiche coglie più facilmente ciò che è parziale ed epidermico dal momento che solo qui arriva la sonda dello psicologico. È per questa ragione, allora, che troppo spesso si confonde lo psicologico con lo spirituale.
Così, a un livello più generale, non sorprende più di tanto la silenziosa apostasia delle masse dovuta, crediamo, a questa incidenza del fattore psicologico rispetto all’ideale e allo spirituale, ma senza, lo ripetiamo, colpevolizzare la seria ricerca psicologica che cerca di mettere in luce il dramma delle nostre contraddizioni. In questa situazione, ha ragione Massimo Serretti allorché afferma che quando un uomo, che è vissuto e cresciuto in una cultura e in una terra formate dal cristianesimo, si stacca da esso, rimane in una condizione spirituale di estrema labilità e anche di precarietà dolorosa e lancinante (cfr. M. Serretti, Il discernimento di Dio, Città Nuova, Roma 2003, p. 13). Nascono in questo modo generazioni di uomini e di donne «che sono come spiriti girovaghi e vagabondi che non appartengono a nessuno, neppure a se stessi, dato che l’appartenenza a se stessi si determina solo nella verità della relazione d’appartenenza ad altri e a un Altro» (ivi, p. 14). Ma questo non è tutto.
Il cosiddetto uomo post-cristiano cerca rifugio nella sua psicologia, individuale e frammentata, e così smarrisce la coerenza di un giudizio nelle questioni che appartengono anche alla vita dello spirito. I pensatori di tutti i tempi ci hanno avvertito che la dinamica della conoscenza umana è legata profondamente alle “verità prime”. Da qui la relatività di tutte le esperienze e di tutte le posizioni religiose passate, presenti e future. Da qui la barbarie legata a un’impotenza che, come tale, non viene più neppure capita. La barbarie del non sapere e, ancor più radicalmente, del non potere più distinguere. La Prima lettera dell’apostolo Giovanni coglie anche qui nel segno: l’uomo e anche il credente sono esposti «a ogni spirito» (1Gv 4,1).
Da tutte queste considerazioni nasce la necessità di ripensare il rapporto fede e cultura che è un grande compito da costruire più che un argomento caro agli addetti ai lavori. È, certo, un tema complesso e persino osservabile da svariati punti di vista. In ogni caso, oggi la fede in Cristo Gesù deve misurarsi con urgenze mai incontrate e rispondere a domande inedite (B. Maggioni). Come è possibile, allora, vivere la fede cristiana senza conoscere in profondità il nostro tempo? Conoscere il nostro tempo, infatti, per inculturarvi la fede in Gesù Cristo, è stato uno degli assilli fondamentali del concilio Vaticano II, ma che, ahimè, non ha conquistato del tutto la mente e l’anima del cristianesimo contemporaneo. Al posto della cultura è subentrata la psicologia della “folla solitaria” con le sue anime vaghe, insicure, problematiche, quasi “personaggi in cerca d’autore” dal momento che hanno dimenticato, in un certo senso, il loro primo e unico Autore di vita e di senso. Nuova evangelizzazione, quindi, è mostrare che l’Evangelo di Gesù sa e può rispondere ai problemi della modernità. Di fatto, l’evangelizzazione è sempre l’annuncio della novità di Gesù Cristo, ancor quando gli uomini e le donne del nostro tempo facciano una enorme fatica nel comprendere come e quando Gesù Cristo possa entrare nel loro vissuto esistenziale e storico. È in questa novità che consiste l’anima profonda di ogni nuova evangelizzazione, altrimenti essa sarà puramente retorica, e quindi vecchia. E, d’altra parte, l’Evangelo rifiuta di presentarsi come un semplice sostegno di quei valori che l’uomo identifica da solo nella propria psicologia o anche nelle necessità delle convenienze sociali. Il mondo della nostra psicologia interiore, come ci hanno insegnato i grandi poeti e scrittori della nostra tradizione, è il mondo di una lotta aspra, tragica e dolorosa nella quale non c’è alcuna redenzione o, al massimo, una enigmatica rassegnazione al non senso di tutto. Il fascino dell’Evangelo, invece, risiede nella sua forza misteriosa di suggerire una risposta in quell’“uomo nuovo”, inaugurato da Cristo, che vince l’incredulità scommettendo tutto su un amore che ha la sorprendente capacità di farci superare il narcisismo invincibile dei nostri valori puramente umani, e ritenuti come necessari solo dalla nostra anima “psicologica”.

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